Photo by Toma Stoica

Le start-up rappresentano un tassello fondamentale della politica industriale del Paese. A dirlo in un’intervista è Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Mise, il ministero dello Sviluppo economico, l’uomo a capo della “task force start-up” del Governo.

 “Quello delle start-up in Italia poteva rivelarsi un flop” dice Firpo. In Italia ci sono quasi 1.800 start-up innovative iscritte al registro imprese a cui se ne aggiungono dalle 30 alle 40 ogni settimana.  A un anno e mezzo dall’introduzione del pacchetto di misure agevolative a favore delle start-up (previste nel Decreto Crescita bis) il ministero dello Sviluppo economico ha fatto il punto in una Relazione al Parlamento dalla quale emerge una realtà in movimento fatta di 1800 imprese innovative. E’ sicuramente un risultato importante, ma l’Italia, deve riuscire a trovare la sua strada senza imitare troppo i modelli stranieri.

Tutti i governi si stanno attrezzando: Londra, Berlino, Barcellona. Nelle grandi aree metropolitane si sta consolidando il mondo delle start-up, che poi a seconda delle specializzazioni territoriali si declina nel digitale o nei servizi. Si tratta però di un mondo a parte che si sta integrando con l’industria tradizionale.

E qui entra in gioco il fattore-Italia. Molte industrie classiche non riescono a stare al passo con l’innovazione, con  il mondo social o dell’e-commerce e utilizzano le start-up per esternalizzare funzioni una volta interne.

Oggi a mancare al nostro tessuto industriale diffuso è un banale upgrade tecnologico che potrebbe in parte essere colmato riuscendo a digitalizzare meglio le nostre imprese, utilizzando maggiormente l’ecommerce e facendo comprendere che il “cloud computing” può servire a cambiare modelli gestionali e di business interni.

La vera sfida adesso è riuscire a diffondere con le start-up tecnologie che in altri paesi sono molto più diffuse. Dunque agevolare il rapporto tra impresa esistente e start-up è uno snodo fondamentale.

E quali sono i settori su cui puntare?

“Information technology, manifattura, design, biotech, internet delle cose, agrifood; green economy” sostiene Stefano Firpo. Mentre sul fronte pratico, le misure per agevolare la nascita e la crescita di start-up innovative ormai esistono o comunque sono in dirittura d’arrivo, infatti ci sono:

– I bonus fiscali; è in vigore da qualche giorno la legge per cui chi investe capitali in start-up innovative ha diritto a una deduzione del 25% se persona fisica e del 27% se società;

– Oneri azzerati di costituzione e registrazione presso le Camere di commercio con l’esenzione dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria, oltre che dal pagamento del diritto annuale.

– Le start-up possono approfittare di un credito di imposta del 35% per assumere personale altamente qualificato.

Le start-up possono pagare i collaboratori con stock option e i fornitori di servizi esterni (come avvocati e commercialisti) attraverso il work for equity cioè pagando con azioni proprie.

Inoltre, siccome le nuove imprese hanno spesso un problema di accesso al credito, c’è l’accesso semplificato, gratuito e diretto al Fondo centrale di garanzia, anche qui con buoni risultati perché si sono già registrate circa 40 domande di intervento del Fondo a favore di start-up innovative, che hanno a loro volta attivato circa 6,2 milioni di credito a favore di queste aziende. Poi, a giorni, dovrebbe arrivare il decreto sullo “start-up visa”, cioè un sistema semplificato per “importare” imprenditori che vogliano portare in Italia la loro start-up. E infine, sono da mesi in vigore le regole sull’equity crowdfunding, con l’Italia prima al mondo a dotarsi di questo strumento per le start-up che vogliono cercare finanziamenti online.

Insomma, gli strumenti ormai ci sono, si tratta solo di saperli usare e comunicarli. E con le 1.800 start-up innovative già attive, significa avere 2.000 persone che hanno puntato sulla ricerca, sui brevetti, sulla tecnologia. Non è un dato banale. Si tratta di uscire dalla nicchia. E di rendere le start-up un pezzo fondamentale del rilancio del paese a livello di industria, occupazione, produttività.

Dati tratti da “larancia.org”

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