Photo by Mytro Tolokonov

Non solo giovani sognatori, non solo creativi alla ricerca del primo lavoro, ma a lanciarsi nel mondo delle neoimprese sono sempre più spesso ex manager sulla quarantina che, abbandonate carriera e vecchia vita, si accettano nuove sfide professionali.

Nell’immaginario collettivo l’aspirante imprenditore italiano è così: un ragazzo sulla ventina, disposto a tutto pur di realizzare un progetto e creare una vera impresa. Generalmente preparato, spesso con esperienze di lavoro e studio all’estero, un giovane convinto che basti l’idea giusta, un investimento e un pizzico di fortuna per mettere per decollare una startup.

Ma è davvero così? Chi fa startup in Italia? Solo i giovani ventenni? Non sempre.

 A lanciarsi nel mondo delle nuove imprese sono sempre più spesso ex manager che, abbandonata carriera, si sono lanciati in nuovi progetti e nuove sfide professionali. Non hanno certo la freschezza dei ventenni e forse sono anche meno creativi. Cosa li differenzia da un giovane? Hanno maggiore esperienza, un background professionale molto più elevato oltre che una maggiore conoscenza del mondo del lavoro, delle capacità tecniche e spesso, una buona base economica dalla quale partire. Ma non è tutto. Chi fa startup a 40 anni e oltre  non insegue gloria o riconoscimenti: c’è chi lo fa per insegnare ai figli che cambiare rotta è sempre possibile, chi per costruire qualcosa che possa essere davvero utile, chi semplicemente, per provare la soddisfazione di aver fatto la cosa giusta e dormire sereno di notte.

È una distorsione che va chiarita. Sulle startup abbiamo due miti: quello del giovanissimo che con un’idea geniale apre e conquista nuovi mercati, pensiamo al fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg e quello dell’eroe solitario che va controcorrente dritto al suo scopo e cambia il mondo. E qui il pensiero va a Steve Jobs. Per quanto riguarda l’età, un recente e attendibile studio dimostra che i fondatori di imprese tecnologiche che hanno avuto successo hanno un’età media di 40 anni. Questo vale anche in altri settori. Arianna Huffington, ha fondato, per esempio, The Huffington Post a 54 anni, e Ray Kroc ha gettato le basi di un vero e proprio impero, Mcdonald’s, quando aveva circa 52 anni. Non è mai troppo tardi, quindi.

In breve alcune storie di alcuni imprenditori che hanno da dirigenti d’azienda sono passati a startupper:

Claudio Cubito, founder di Growish. Sulla soglia dei 50 anni è passato dal ruolo di manager a founder di una piattaforma per acquistare un regalo tramite colletta online. L’obiettivo è dimostrare ai suoi figli che non è mai tardi per invertire la rotta soprattutto se si ha esperienza, competenza e professionalità.

Chiara Burberi, founder di Redooc. Laurea con lode in economia alla Bocconi, docente alla stessa università, poi consulente e manager in McKinsey e in Unicredit, a 47 anni e con due figli ha mollato fama, successo e aspirazioni professionali per fondare una piattaforma di education online di materie scientifiche per i ragazzi del liceo. E’ molto determinata e sa di raggiungere i suoi obiettivi.

Massimo Bocchi, founder di Cellply. Ingegnere elettronico di Bologna, 36 anni, ha fondato la startup specializzata nella diagnostica molecolare che ha ottenuto un investimento di oltre due milioni di euro da Italian Angels for Growth (IAG), Zernike META Ventures e Atlante Seed. Il suo spirito imprenditoriale nasce durante un’esperienza in America. Consiglia di non focalizzarsi solo sulla creazione di startup digitali perché in Italia serve fare impresa anche in altri settori: puntare nella biotecnologia, nella moda, nel food e nel design.

Il team di pptArt. È la prima startup italiana di crowdsourcing per l’arte. Propone opere su misura per il cliente, che può scegliere tra quelle realizzate ad hoc dagli artisti della piattaforma. A guidarla manager di esperienza ventennale nella finanza e nell’arte: Luca Desiata, dirigente dell’Enel e docente di Corporate Art al Master of Art della Luiss Business School di Roma; Chiara Compostella, storica dell’arte con ventennale esperienza internazionale di gestione di progetti nel campo dell’arte figurativa e un master in Arts Administration alla Columbia University di New York;  Mircea Flore, esperienza ventennale come investment banker ed esperta finanziaria; Milena Marucci, architetto presso uno dei principali studi di architettura al mondo; Stefania Barbier, fotografa professionista, già consulente di strategia per Bai; Giuseppe Ariano, Project Manager press il Ministero dei Beni Culturali.

Antonio Ranaldo, presidente e fondatore di Chef Dovunque. Non appartiene alla schiera dei giovanissimi neanche Antonio Ranaldo, presidente e fondatore della startup del food che ha brevettato i primi piatti della cucina nostrana bio, predosati e confezionati in un comodo kit, e che ha ricevuto un investimento di 1,2 milioni di euro da Vertis Capital e tre Business Angel. Grazie a lui, spaghetti aglio, olio e peperoncino, spaghetti pomodoro e basilico e pennette all’arrabbiata oggi valgono milioni di euro.

Roberto Mircoli, amministratore delegato di Eco4Cloud. Lui è il classico esempio di ex top manager che entra nel mondo delle startup: 45 anni, per 13 anni a Cisco, ora è alla guida della startup che aiuta Telecom a risparmiare. Tl, infatti, ha firmato un contratto triennale con la neo-impresa fornitrice di una soluzione in grado di abbattere dal 30 al 60% la bolletta energetica (e le relative emissioni equivalenti di CO2) dei data center ad elevata virtualizzazione.

– Il team di GlassUp. Hanno tra i 40 e i 50 anni i componenti del team degli occhiali del futuro che costituiscono l’alternativa italiana ai Google Glass. Francesco Giartosio, modenese che si autodefinisce “startupper seriale”, un bresciano laureato in fisica e medicina psicosomatica, Gianluigi Tregnaghi e il padovano Andrea Tellatin stanno realizzando occhiali a realtà aumentata che grazie al Bluetooth, diventano un secondo schermo dello smartphone e permettono di leggere email, sms o messaggi direttamente sugli occhiali.

Pietro Carratù, ceo di Youbiquo.  Non è giovanissimo neanche il ceo della società finanziata da Invitalia con Smart&Start che ha creato occhiali hi-tech a realtà aumentata. Il suo obiettivo è cerare prodotti su misura per i piccoli o per grandi aziende con particolari esigenze.

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